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Wanted – Scegli il tuo destino, dal 2 luglio al cinema. luglio 3, 2008

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Prima di diventare il gioiello della Confraternita, un gruppo armato di giustizieri agli ordini del Fato, Weasley Gibson era un impiegato anonimo e ipocondriaco, vessato da una dirigente “abbondantemente” insopportabile e tradito dal migliore amico con la fidanzata petulante. Abbordato alla cassa di un drugstore da una donna killer tutta tatuaggi e pistole, Wes scopre che i suoi attacchi di panico nascondono poteri ultrasensoriali e capacità fisiche sbalorditive. Allenato dalla Confraternita a pugni in faccia e fendenti affilati, viene iniziato all’arte della vendetta “giusta”: uccidere i “cattivi”, nominati da un arcano telaio. La sua missione sarà quella di eliminare il superkiller che ha ucciso il padre mai conosciuto. Ma l’antica organizzazione di superassassini, che da secoli protegge l’umanità, annientando il Male e facendo il Bene, nasconde un segreto. Spetterà a Wes svelarlo, imparando a controllare il proprio destino.
Nel Wanted di Timur Bekmambetov, un telaio misterioso sostituisce le capacità divinatorie dei precog di Spielberg, capaci di pre-vedere un omicidio, producendo il nome della vittima e del suo assassino (Minority Report). Se i precog non hanno relazioni con il mondo, eccezione fatta per le allucinazioni che la loro mente proietta all’esterno, i giustizieri in action, nati dalla penna di Mark Millar e dai disegni di Jeffrey G. Jones, sono “eroi” conservatori che sorvegliano e puniscono con la morte i nominati dalle trame del Fato, azzerando in questo modo il numero dei delitti e garantendo i delicati equilibri del mondo.
Sperimentando le innovazioni tecnologiche legate al cinema, il regista kazako dei guardiani night and day, irrompe a Hollywood e costruisce un film sul controllo della verità e sulla sua trasformazione in regime, sulla perdita della privacy e della libertà a vantaggio di una sicurezza che implica l’annullamento dell’individuo (se pure criminale).
Nonostante l’intensità del look e il ritmo vertiginoso delle riprese, nonostante i prodigiosi istanti congelati, che isolano e sospendono gli scontri fisici tra i personaggi, il “ricercato” fantafilm di Bekmambetov, non colpisce la fantasia dello spettatore e solleva un problema di sproporzione tra il fumetto e il suo adattamento. Perchè Wanted si vuole basato sulla graphic novel di Millar e Jones ma ne prende al contrario le distanze? Che cosa è diventata l’opera originale in quella che ne deriva? Svestiti i costumi da supereroi, la confraternita disciplinaria di Bekmambetov pratica il precrimine e legittima l’uso della violenza, colpendo obiettivi colpevoli e malvagi. Diversamente, nelle tavole di Jones, gli assassini coi superpoteri sono una lobby sanguinaria che, sterminati gli impavidi supereroi in calzamaglia, uccide arbitrariamente e “creativamente”. Niente telai del destino per mettersi a posto la coscienza e tollerare meglio l’omicidio sistematico. Wanted non è l’adattamento del romanzo grafico di Millar e Jones, non è nemmeno la sua traduzione visiva (come fu per il Sin City di Rodriguez/Miller), è indiscutibilmente un nuovo oggetto estetico che non reca in sé nulla (o quasi) del referente. Un prodotto che non richiede la conoscenza dell’opera di partenza come condizione necessaria per la comprensione di quella di arrivo.
Un film prossimo a Minority Report (nella radicale visione politica dei contenuti) e a Matrix (nella fluida messa in scena dell’azione fantastica), che porta a galla il “rapporto di minoranza” (la voce dissonante del sistema) e sottrae la verità all’univocità della maggioranza. Sarà il dubbio di Wes e Fox, contro l’accettazione cieca del gruppo, a contemplare finalmente l’esistenza di un contrasto e a far collassare ideologia e metodo dei giustizieri “tessili”.
Scegliendo Angelina Jolie e James McAvoy, Bekmambetov sorvola (anche) sulle “facce rubate” (dal fumetto) di Halle Berry (Fox) e di Eminem (Wes Gibson), che avrebbero potuto acquistare significati inediti, ricollocate nello spazio e nell’immaginario cinematografico.

Recensione: MyMovies.

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La notte non aspetta, dal 27 giugno al cinema giugno 25, 2008

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Il detective Tom Ludlow non si è ancora ripreso dalla morte della moglie e trova conforto nella bottiglia. Vive di notte, sulle strade di Los Angeles, armato e incapace di provar paura. È lui che garantisce la sicurezza dei cittadini, affrontando gli aspetti più ripugnanti della società e applicando una giustizia rapida e priva di compromessi, che ignora i protocolli e gli scrupoli morali. Ma poi un collega muore, il partner di una vita, ed emergono delle prove che lo vorrebbero coinvolto nella sua esecuzione. Ludlow si prepara così ad indagare su se stesso e sulla cultura poliziesca di cui è un esemplare di punta e un veterano.
Viene sempre un momento, nel poliziesco, in cui il distintivo dell’agente protagonista rischia di finire nel cestino o nel taschino del capo. È un turning point imprescindibile, che mette fretta alla scrittura e la surriscalda. Ne La notte non aspetta, tratto da una storia originale di James Ellroy, questo momento non arriva mai. L’agente Tom Ludlow può far di tutto, scannare chiunque gli si trovi a tiro, appropriarsi delle prove, mentire. I suoi colleghi e i suoi superiori lo copriranno, lo favoriranno, aggiungeranno falso su menzogna. Gli terranno persino lontano il capitano Biggs della commissione disciplinare, che lo tiene d’occhio in attesa di un passo incerto.
Crudo, violento, bagnato di sangue, questo thriller urbano non brilla per originalità ma per un ottimo cast e per un ritmo mozzafiato. Buon prodotto di genere, innesca una spirale respingente: non c’è personaggio che non sia violento, non c’è professionalità che il mito dei soldi e del potere, o semplicemente l’adrenalina scatenata dall’illusione del controllo, non abbiano corrotto. Ci sono solo delle sfumature e a queste si aggrappa il film, ponendo alcune domande provocatorie: chi protegge chi ci protegge? Di chi ci si può fidare? Come si estirpa l’erbaccia, se ricresce ogni volta più forte e più radicata? Il film risponde strutturandosi come una tragedia, con una scura tentazione giustificazionista e lo spiraglio di una redenzione che non fa che confermarla. Dopo una corsa a perdifiato sul limite, dove le figure della legge si confondono e si rispecchiano nelle figure avversarie, che eludono la legge o la calpestano, il duello finale tra Ludlow e il suo rivale ultimo è una clamorosa battuta d’arresto, da imputare ad un dialogo velleitario e mal riuscito.
Il regista del realismo estremo e navigatore satellitare umano di L.A. è David Ayer, che ripercorre i propri passi, strizzando l’occhio a Training Day e ancor di più a Harsh Times. Si cita addosso anche Hugh Laurie, alias Biggs: insolitamente fuori dalla cornice del Dr. House, fa comunque il suo primo ingresso in scena all’interno di un ospedale.
Keanu Reeves, bolso, emaciato, incattivito e ritrovato, è l’anima di un film senz’anima, la sua più convincente ragione d’esistenza.

Recensione: MyMovies.

L’incredibile Hulk, dal 18 giugno al cinema giugno 18, 2008

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Bruce Banner si è nascosto in una labirintica favela del Brasile, dove lavora in una fabbrica che imbottiglia bibite al guaranà e conta i giorni “senza crisi”, allenandosi a mantenere basse le pulsazioni cardiache agendo sulla respirazione e sul rifiuto delle provocazioni. Sono più di cento giorni che vive così, reprimendo gli impulsi del corpo e gli slanci del cuore, che è rimasto negli Stati Uniti, accanto alla dottoressa Ross. Ma basta una goccia di sangue, perduta involontariamente, a innescare la fine o, per essere più precisi, un nuovo inizio. La macchina da guerra americana, guidata dal generale Ross, è immediatamente sulle sue tracce. Braccato, Bruce non può che cedere alla sua nemesi, strapparsi le vesti e trasformarsi nel gigante verde.
Nonostante un momento centrale che si concede al road movie e ad una contenuta (per forza di cose) romanticheria, L’Incredibile Hulk di Louis Leterrier non ritrova più, strada facendo, né l’intuizione narrativa né la velocità espressiva dei primi venti elettrizzanti minuti. A valle della pellicola scivola fatalmente il già visto: l’idillio tra la bella e la bestia che già fu di King Kong, la sfida con Godzilla –altrimenti detto Abominio-, l’ospite d’onore venuto a reclutare il pupazzone color pistacchio per la squadra dei Vendicatori, futura joint venture Marvel-Universal. Povero golia verde, non è tutta colpa sua: arriva per ultimo, quando le sue pupille s’illuminano le nostre sono già appesantite, e arriva nell’ottica della futura riunione (con Ironman, Thor, Ant-Man, Wasp e Capitan America), responsabile di una probabile omologazione a priori.
Edward “Bruce” Norton prende sulle spalle la croce della creatura data alla luce da Stan Lee e Jack Kirby nel 1962, esaltando, con il suo corpo leggero e la sua lucidità manifesta, l’inconciliabilità con il fisico e la mente di Hulk, e al contempo traghettando il personaggio da antieroe a supereroe, in un percorso anche simbolico di accettazione che invita a trasformare la rabbia che portiamo dentro in una risorsa contro la brutalità fine a se stessa.
Dopo il conflitto edipico tra padre (scienziato pazzo) e figlio (vittima dell’incauto esperimento del primo su di sé), inscenato da Ang Lee, è ora la volta di far scontrare Betty Ross e il generale, non meno pazzo nel suo sogno di un esercito di super soldati, non meno incauto nel super dotare un killer già troppo esaltato di suo. Ma, rispetto al passato, il film di Leterrier si presenta libero da ogni vincolo, né sequel né remake, semmai debitore della serie tv per quel che riguarda la linea guida, ovvero l’idea che Banner sia perennemente in fuga da se stesso e da una vita civile, alla disperata ricerca di una cura per liberarsi dal mostro che è in lui.
Serie a fumetti, tv seriale, cinema che si replica e “trasforma”, a dimostrare la straordinaria ricchezza dell’universo delle strisce e la crescente difficoltà di stupire dell’aspirante blockbuster, teso a reperire uno spettacolo sempre più grande, più distruttivo e più colorato. Gli effetti speciali sono i raggi gamma che gonfiano le potenzialità del racconto filmico per farne degli atti di forza. Resistere (con Gondry) o saltare sul carro armato? L’Incredibile Hulk suggerisce la possibilità di controllare l’inarrestabile con l’intelligenza.

Recensione di MyMovies.

American Gangster, dal 18 gennaio 2008 al cinema gennaio 20, 2008

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Stiamo per trasferirci su www.sblogghiamo.net.

Un film di Ridley Scott. Con Russell Crowe, Denzel Washington, Chiwetel Ejiofor, Cuba Gooding Jr., Josh Brolin, Ted Levine, Armand Assante, John Ortiz, John Hawkes, Ruby Dee. Genere Drammatico, colore 157 minuti. – Produzione USA 2007. – Distribuzione Universal Pictures.

Harlem, 1968. Frank Lucas, gangster nero e “ricercato”, ama la famiglia, prega in chiesa e fa la guardia a Bumpy Johnson, un “padrino” che accoglie le suppliche di Harlem e distribuisce tacchini il Giorno del Ringraziamento. Richie Roberts, detective ebreo e incorruttibile della contea di Essex, sta divorziando dalla moglie, ha dimenticato di dire le preghiere e dà la caccia ai malavitosi e ai distributori di tacchini. Alla morte di Johnson, Lucas, più moderno e manageriale del vecchio padrino, subentra nelle sue attività, elimina gli avversari e diventa in pochi anni un potente boss della droga. Scavalcando le famiglie mafiose e rifornendosi di eroina direttamente nel sud-est asiatico, Lucas accumula una fortuna e attira l’attenzione di Richie Roberts. I loro percorsi, opposti e paralleli, si incontreranno sotto il ring del match del secolo: Alì-Frazier. Soltanto uno resterà in piedi, vincendo ai punti.
Dentro una fotografia livida e bluastra, sotto un cielo che piove pioggia e neve, si fronteggiano due eserciti: da una parte i gangsters e i poliziotti corrotti della Unità Speciale della Narcotici, dall’altra gli agenti di Roberts, “puri” come l’eroina spacciata da Lucas. Da una parte il caos, dall’altra l’ordine.
Come nel Gladiatore la disposizione degli “eserciti” prima della battaglia esprime una diversa visione del mondo: la pianificazione di un dominio (controllare il mercato dell’eroina sulla 116ma strada) e la “rivolta” contro l’aggressione dei dominatori. Anche questa volta Ridley Scott ha l’urgenza di raccontare la storia di due antagonisti che, come accade spesso nel suo cinema, sono l’uno il doppio dell’altro: Frank e Richie come Commodo e Maximus, o più indietro nel tempo e nella filmografia del regista, come i cavalieri duellanti D’Hubert e Féraud. Due destini incrociati, due percorsi chiasmici: Frank scende nell’arena (o sale sul ring) per diventare protagonista e rivendicare per sé il “sogno americano” di Luther King, Richie, spettatore diligente, assiste alla sua rappresentazione su un palcoscenico diventato universale.
Ridley Scott si porta dietro dall’Europa e porta avanti negli States il progetto di cinema d’intrattenimento colto, di mainstream che si nutre di arte, di letteratura hard-boiled, di fumetto, di spot pubblicitari e di riviste di architettura. Mutuati i fendenti metallici dei Duellanti e del Gladiatore coi colpi sibilanti di pistole e fucili automatici, American Gangster è il tentativo di mostrare il microcosmo di Frank Lucas come la metafora di un macrocosmo: la società statunitense nata dalla violenza della frontiera, dallo sterminio degli indiani e dal lavoro schiavistico. Violenza che resta una costante di questa società. Siamo negli anni ’70 e la Storia irrompe nel film di Scott restituendo l’allucinazione del Vietnam, la temperatura del conflitto e gli interessi intorno al conflitto. Frank Lucas è un nero del Sud che costruisce una versione personale e anomala di una storia americana di successo, che sostituisce il “padre” al comando e che rappresenta l’ascesa di una generazione contro un’altra: vecchia-nuova America, vecchia-nuova “mafia” (Lucas acquisisce il modus operandi della struttura mafiosa, impiegando nel suo business i cinque fratelli e i tanti cugini). Lo stesso Frank subirà, nell’ultimo e significativo fotogramma, l’affiorare aggressivo della next generation, la generazione successiva rappresentata (ma disincarnata) dal rampante hip-pop. Il “sipario” del carcere si chiude dietro al vecchio criminale rigettato nell’arena per farsi vampirizzare dalle nuove orde di enfants terribles.
Russell Crowe e Denzel Washington sono Richie e Frank: corpi pesanti e massicci in contrasto coi volti in cui l’espressione passa per accenni lievissimi, per impercettibili increspature, per linee che si muovono appena colmando l’inquadratura senza muovere un muscolo. Attori senz’altro credo che il loro inarrivabile talento.
Dal 18 gennaio 2008 al cinema – Recensione: Mymovies.it

The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo ottobre 31, 2007

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Un film di Paul Greengrass. Con Matt Damon, Julia Stiles, David Strathairn, Scott Glenn, Paddy Considine, Edgar Ramirez, Albert Finney, Joan Allen, Daniel Brühl. Genere Azione, colore 111 minuti. – Produzione USA 2007. – Distribuzione Universal Pictures.

Jason Bourne è tornato. La sua angoscia è sempre alimentata dal bisogno di sapere chi e perché lo ha trasformato in una macchina per uccidere cancellandone l’identità. A questo si aggiunge il desiderio di vendicare la morte della sua compagna. Il teatro dell’azione è estremamente vario: da Mosca a Londra, da Torino fino a Tangeri passando per la Spagna fino a un epilogo che dovrebbe essere programmaticamente destinato a chiudere la trilogia.
Greengrass si è liberato da tutte le remore che in qualche misura frenavano i due blockbuster precedenti. Questa volta si tratta di adrenalina pura travasata in un film ipercinetico. Dato per scontato che lo spettatore ‘sappia’ ciò che è avvenuto in precedenza (e sostenendo le new entry con qualche essenziale riferimento al passato) l’azione può avere inizio giocando con gli spazi e la macchina da presa a un livello altamente virtuosistico. Jason è umanizzato quel tanto che basta per renderci partecipi della sua ricerca ma poi tutti diveniamo consapevoli della sua assoluta imbattibilità. È questo che rende questo terzo episodio, a nostro avviso, il migliore dei tre. Come in un videogame di altissima qualità i livelli si susseguono accumulando difficoltà ed ostacoli sempre più complessi. È come se Greengrass, oltre che con il pubblico, giocasse con se stesso rendendo, a ogni nuova scena d’azione, tutto più difficile. È inutile torcere il naso con supponenza dinanzi a questo tipo di cinema perché svolge egregiamente una duplice funzione: quella di intrattenere con grande professionalità e quella di sperimentare tecnologie che poi potranno essere a disposizione anche di altre modalità narrative.
Matt Damon (ampiamente ed amichevolmente preso in giro dai colleghi nel corso della conferenza stampa cannesiana di Ocean’s 13 per la sua presunta affezione alla serialità) ha ormai ampiamente dimostrato di essere un attore con le carte in regola. I suoi ruoli in The Departed e in The Good Shepherd lo dimostrano incontrovertibilmente. Lo conferma anche in questo ritorno nei panni di Bourne. Ha il physique du role necessario per mostrarsi in costante equilibrio tra la credibilità del tormento e l’assoluta inverosimiglianza dell’azione. Al resto ci pensano gli stuntmen.

Dal 1° novembre 2007 al cinema – Recensione: Mymovies.it

Harry Potter e l’Ordine della Fenice luglio 7, 2007

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Un film di David Yates. Con Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Jason Isaacs, Helena Bonham Carter, Robbie Coltrane, Ralph Fiennes, Michael Gambon, Brendan Gleeson, Gary Oldman. Genere Fantastico, colore, 142 minuti. Produzione USA, Gran Bretagna 2007.

Maghi e babbani possono tirare un respiro di sollievo perché Emma Watson, la perspicace Hermione Granger, ha confermato la sua partecipazione alle ultime avventure di Harry Potter. Contratto firmato anche per Daniel Radcliffe e Rupert Grint, alias Harry e Ron, inseparabili compagni di scuola e di magia. Accanto ai volti cari e noti, Harry Potter e l’Ordine della Fenice recupera quelli “tagliati” o soltanto accennati da Mike Newell, come i Dursley o i Weasley, gli elfi domestici o il Sirius Black di Gary Oldman, ridotto nel Calice di fuoco a qualcosa di meno di un’apparizione in un camino. Viene riconfermata Miranda Richardson nel ruolo della giornalista impicciona, Rita Skeeter, e debuttano due ladies: Imelda Staunton ed Helena Bonham Carter. La prima vestirà i panni dell’odiosa Dolores Umbridge, Inquisitore Supremo incaricata dal Ministero della Magia di insegnare “Difesa contro le arti oscure”, la seconda quelli di Bellatrix Lestrange, una crudele Mangiamorte cugina di Sirius Black. Il timido Neville Paciock troverà un’amica speciale e svagata nella Luna Lovegood di Evanna Lynch.
I corridoi di Hogwarts sono insomma affollati di personaggi che colmeranno la nostra estate di mistero e magia. Se il 21 luglio Harry Potter impiegherà 784 pagine (nella versione inglese) per calare il sipario sulle sue avventure, il 13 luglio sullo schermo (e due libri indietro), dovrà vedersela con Voldemort, risorto in forma umana, e coi suoi Mangiamorte, maghi assetati di potere che coltivano la vanità e hanno stipulato con l’Oscuro Signore un patto sciagurato. L’amore sarà ancora una volta l’arma vincente di Harry per opporsi a Voldemort e per innamorare Cho Chang. A settembre cominceranno le riprese del sesto “libro” Il principe mezzo sangue, e questa volta potrebbe essere il cielo d’Irlanda a ospitare le partite di Quidditch e i voli prodigiosi di Harry Potter, perché la Warner contempla l’idea di sostituire gli ambienti scozzesi e inglesi con le verdi contee di Leinster e Munster, su cui sorgono castelli “incantati”, provvisti della saggezza magica e infestati dai dissennatori. La Gazzetta del profeta prevede due ore e mezza di incanto assoluto e attende nuove indiscrezioni…

Da mercoledì 11 luglio 2007 al cinema – Recensione: Mymovies.

I fantastici 4 e Silver Surfer giugno 14, 2007

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Un film di Tim Story. Con Ioan Gruffudd, Jessica Alba, Chris Evans, Michael Chiklis, Doug Jones, Julian McMahon, Kerry Washington, Andre Barugher. Genere Azione, colore, 92 minuti. Produzione USA, Germania 2007.

Doppio problema da affrontare per i Fantastici Quattro: la Terra è minacciata dall’arrivo di Silver Surfer, araldo di Galactus, il distruttore di mondi, che vuole cancellare dall’universo il nostro pianeta per ottenerne l’energia necessaria al suo sostentamento e il “solito” Dottor Destino,che, redivivo, trama contro il quartetto per eliminarlo una volta per tutte.
Deciso passo avanti rispetto al prequel, I Fantastici 4 e Silver Surfer, è un valido film d’intrattenimento che garantisce un’ora e mezza di svago e propone al pubblico uno dei personaggi più interessanti dell’universo Marvel, Silver Surfer, eroe tragico e romantico, che rappresenta il vero valore aggiunto alla pellicola, grazie al suo indiscusso carisma.
La messa in scena è senza fronzoli ma efficace: I Fantastici 4 e Silver Surfer ha il grande pregio di non prendersi troppo sul serio, mantenere un tono scanzonato e divertente per tutta la sua (finalmente) breve durata; sa suscitare il sorriso grazie ad alcuni dialoghi simpatici e garantisce emozioni con sequenze ad alto tasso di spettacolarità visiva. Il quartetto di protagonisti è più coeso e affiatato rispetto al primo film e, nonostante i talenti individuali non siano certo sfruttati appieno, le scaramucce verbali tra Michael Chiklis e Chris Evans, la sobrietà di Ioan Gruffudd e la solare avvenenza di Jessica Alba (che peccato però quelle lenti azzurre…) si fanno apprezzare. Nota stonata invece per Julian McMahon: anche questa volta il suo Dottor Destino fa da mera comparsa, e rischia di vincere il premio come “villain” meno pericoloso della storia dei comics movie. È altamente probabile che i fanatici del fumetto trovino più di una nota stonata ne I Fantastici 4 e Silver Surfer, forse troppo poco serio e poco rappresentativo dell’originale, ma per tutti gli altri, la pellicola di Tim Story è un allegro divertissement, perfetto per una spensierata estate cinematografica.

Da venerdì 15 giugno 2007 al cinema – Recensione: Mymovies.

Ocean’s 13 giugno 6, 2007

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Un film di Steven Soderbergh. Con George Clooney, Brad Pitt, Matt Damon, Al Pacino, Bernie Mac, Casey Affleck, Scott Caan, Elliott Gould, Shaobo Qin, Don Cheadle, Eddie Jemison, Andy Garcia, Carl Reiner, Ellen Barkin. Genere Thriller, colore, 122 minuti. Produzione USA 2007.

Reuben Tishkoff, grande amico di Danny Ocean, è stato colpito da infarto a causa del tradimento operato da Willy Bank. Costui si vanta dei numerosi premi 5 Diamanti ottenuti dai suoi hotel e ora, che vuole aprire un nuovo casinò a Las Vegas, vuole esserne il controllore assoluto. Ocean richiama in servizio gli amici di sempre con, in più, un nemico che ora ha mutato campo: Terry Benedict. La vendetta comincia a mettersi in moto ma questa volta il fine non è l’arricchirsi (tranne che per Terry): è la difesa dell’amicizia.
Finalmente possiamo dimenticare il pasticciato ed estremamente confuso Ocean’s Twelve e tornare a divertirci con Clooney e soci. C’è meno tensione rispetto al primo film (ormai sappiamo per certo come andrà a finire) ma si potenzia il gusto per la struttura narrativa. Tutte le imprese, anche le più improbabili, trovano una loro motivazione tra il fantasioso e il logico ma comunque plausibile.
Quello che poi emerge in maniera si potrebbe quasi dire spudorata è il divertimento del gruppo che gode nell’intrattenere il pubblico. Soderbergh poi non si risparmia citazioni da altri film (in particolare con un personaggio vessato come accadeva nelle migliori Pantera Rosa). Chiama poi Ellen Barkin a ricoprire il ruolo di unica donna in cartellone e la mette al fianco di Al Pacino. Qualcuno forse ricorda che Ellen deve gran parte della propria notorietà a un film con Al Seduzione pericolosa e al Blake Edwards di Nei panni di una bionda. Quindi eccola qui. È la donna giusta pronta a farsi sedurre da un Matt Damon con naso finto.
Alla sceneggiatura ci sono poi due esperti (di quelli che sanno tutto ma proprio tutto) dei tavoli da gioco. Rispondono ai nomi di Brian Koppelman e David Lieven e hanno scritto Rounders. Il giocatore. Se aggiungiamo a tutto ciò i ritmi giusti che ti incalzano ma che ti lasciano anche il tempo di pensare e le battute metatestuali che gli interpreti si scambiano non come personaggi ma come attori (c’è un dialogo molto divertente tra Pitt e Clooney) il gioco è fatto. Intelligenza e divertimento si coniugano all’autoironia e il film è pronto per far saltare il banco.

Da venerdì 8 giugno al cinema – Recensione: Mymovies.

Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo maggio 24, 2007

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Un film di Gore Verbinski. Con Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Geoffrey Rush, Jonathan Pryce, Bill Nighy, Chow Yun-Fat, Tom Hollander, Stellan Skarsgård, Kevin R. McNally, Mackenzie Crook, Lee Arenberg, Martin Klebba, Keith Richards, Naomie Harris. Genere Avventura, colore, 168 minuti. Produzione USA 2007

Tempi duri per i pirati. Un re tiranno ha ordinato che non ne resti nemmeno uno. Muoiano appiccati uomini, donne e bambini che abbiano mostrato pietà per quei filibustieri. Per contrastare l’ondata di terrore e le flotte della Compagnia delle Indie Orientali, capitanate dall’odioso Lord Beckett, non rimane che rintracciare i Nove Pirati della Fratellanza e tentare una strategia difensiva. Will, Elizabeth e il Capitan Barbossa raggiungono Singapore per procurarsi l’alleanza di Capitan Sao Feng, temibile pirata cinese col vizio del vapore. Ma si sa i pirati sono volubili e ciascuno nutre in cuor proprio un interesse personale: Will vuole uccidere Davy Jones e recuperare il padre alla vita, Elizabeth e Barbossa desiderano raggiungere Jack Sparrow ai confini del mondo, liberarlo dalla maledizione di Jones e riorganizzare con lui la Fratellanza, Lord Beckett, che ha al suo soldo l’Olandese Volante e il cuore del suo capitano, sogna di governare il mare e di spazzarlo dagli odiosi nemici. La capricciosa dea Calypso, regina degli abissi costretta in un corpo umano, deciderà le sorti dello scontro navale. In fondo al mare e alla battaglia i pirati troveranno un tesoro: l’amicizia.
Se gran parte dell’appeal dei Pirati deriva dal suo plusvalore spettacolare, nel terzo capitolo c’è indubbiamente un’idea forte di mondo, un mondo più in là di questo, dove ciascuno dei protagonisti accetta le conseguenze del proprio destino mettendosi al servizio generoso dell’altro. Il viaggio ai confini del mondo diventa un percorso di formazione che questa volta comprende tappe luttuose, la morte del padre di Elizabeth, e di rinuncia, il sogno di Jack per la vita di Will. Recuperato il capitano Sparrow, accaparrato dal cattivo Jones e conservato quasi folle in un limbo bianco accecante e salato, il film di Verbinski salpa per mare eccedendo piacevolmente la misura e invadendo il racconto di battaglie spettacolari. Esplosioni di assi, alberi abbattuti, cannonate assordanti, sciabole sferraglianti, abissamenti e ammaraggi scoperchiano letteralmente il mare e sguinzagliano la fantasia degli autori.
Ai confini “dei pirati” si conciliano due anime inconciliabili: guerra e piacere. Più il conflitto cresce in accanimento più aumenta l’esibizione della bravura, lo sfarzo del duello che diventa una danza in equilibrio sull’abisso salato. Come fu per la Compagnia dell’Anello, anche i Pirati dei Caraibi controvertono gli archetipi delle fiabe dove la quête (la ricerca) è sempre per la conquista di qualcosa. Qui invece l’obiettivo diventa la distruzione di qualcosa: il cuore di Jones. Torna l’idea di un gruppo composito in missione che combatte battaglie e trova aiutanti più o meno magici. Un’identità di razze separate (pirati sì ma francesi, africani, indiani, cinesi) che stenta a farsi collettiva ed è ricca di spassosissimi conflitti interni poi annullati nella frenesia dell’azione.
I protagonisti uniti e resistenti diventeranno strumenti funzionali al progetto comune: combattere i cattivi capitani. Ad aiutare i ragazzacci di Verbinski accorrono i buoni padri, quello trapassato di Elizabeth, quello dannato di Will e quello ston(e)-ato di Jack, dispensatori di saggezza e conoscenza. Per l’ultima volta (forse) la saga dei pirati ci dona il prodigio scenico di Johnny Depp e del suo pirata, declinazione ironica dell’eroe. Corpo grottesco e carnevalesco alienato da se stesso e proiettato e frammentato in dieci, cento, mille Sparrow che vivono e agiscono a un tempo ciascuno per proprio conto, governando la Perla Nera o ramazzando il suo ponte. Personalità multiple e simultanee che si annullano in una sola nell’epilogo dall’accento epico, dove ancora una volta Jack sfodera il suo orgoglio pirata brindando alla prossima rotta. Un firmamento di stelle e un consiglio: non muovetevi fino alla fine del mondo e dei titoli di coda.

Da mercoledì 23 maggio al cinema – Recensione: Mymovies.

Zodiac, dal 18 maggio nelle sale italiane maggio 18, 2007

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Un film di David Fincher con Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr., Anthony Edwards, Brian Cox, Elias Koteas, Chloë Sevigny. Genere Thriller produzione USA, 2007. Durata 158 minuti circa.

Durante l’estate del 1968, nell’area di San Francisco, comincia a operare un serial killer che rivendica i propri omicidi con lettere spedite ai principali quotidiani locali. Dopo aver assunto un nome riconoscibile, Zodiac, l’assassino sfida la polizia con una serie di messaggi in codice che nessuno riesce a decifrare correttamente. Sulle sue tracce, oltre a una coppia di detective, si mettono anche un giornalista alla ricerca di scoop e un vignettista frustrato, quest’ultimo appassionato di codici ed enigmistica: la sfida è appena cominciata…
Zodiac è un thriller atipico: ispirato alle azioni di un serial killer che tenne per anni in scacco la polizia di San Francisco (ancora oggi il caso è considerato chiuso solo perché il principale imputato morì prima di essere sottoposto a processo), il film di David Fincher concentra le sue attenzioni non tanto sulla figura dell’assassino, che rimane sullo sfondo, avvolta da un’aura inquietante e misteriosa, ma su un eterogeneo gruppo di personaggi, le cui vite vengono sconvolte dalle azioni del killer.
Il tema dell’ossessione, già declinato efficacemente da Fincher nelle pellicole del suo recente passato, ritorna e diventa quindi perno dell’intera vicenda: tutti i protagonisti della storia, in primo luogo l’ispettore David Toschi (un eccezionale Mark Ruffalo) e l’anonimo vignettista Robert Graysmith (il capace Jake Gyllenhaal), sacrificano carriera, affetti e famiglia, pur di trovare il bandolo della matassa che, anno dopo anno, si fa sempre più fitta e apparentemente inestricabile. Sullo sfondo, emerge sempre più chiaro il ruolo chiave che assumono col passare degli anni i media e l’informazione in generale.
Nonostante la sua eccessiva durata (oltre due ore e mezza) non contribuisca certo a renderne più agevole la visione, Zodiac garantisce più di un momento memorabile: la sequenza dell’omicidio a sangue freddo di una coppietta nei pressi di un lago e quella che vede Jack Gyllenhaal scendere nello scantinato di uno dei presunti colpevoli, valgono, come si suol dire, il prezzo del biglietto. Peccato che Fincher non abbia reso più compatta e omogenea la narrazione e non abbia utilizzato il tempo a sua disposizione per approfondire meglio alcuni personaggi, come quello del giornalista ubriacone interpretato (casualmente…) da Robert Downey Jr. e quello, forse troppo marginale, cui dà volto e corpo Chloe Sevigny. Graziato da una prestazione del cast a dir poco sontuosa, Zodiac è un film ostico, affascinante, un “thriller non thriller” anticonvenzionale, forse troppo lento e denso di fatti e dialoghi. In America il pubblico non ha gradito (la critica è invece osannante): da noi, dato il genere, potrebbe avere miglior fortuna. Quel che è certo è che David Fincher, anche se non al suo meglio, ha davvero talento da vendere.

Da venerdì 18 maggio 2007 – Recensione: Mymovies